Da vicino la zona nitida di una singola foto può essere più sottile di un anello, di un orologio o di un flacone di profumo visti di sbieco, e chiudere ancora il diaframma ammorbidisce l’intera immagine. Lo stacking scatta invece una serie: il primo scatto è a fuoco sul bordo più vicino, ognuno dei successivi un po’ più indietro, finché il bordo più lontano è nitido. Il software conserva la parte più nitida di ogni scatto e le fonde. Molte fotocamere e alcune app per smartphone sanno spostare la messa a fuoco in automatico.
Tra uno scatto e l’altro non deve cambiare nulla tranne la messa a fuoco. La fotocamera sta su un treppiede, il prodotto non si tocca e la luce resta costante, il che esclude una finestra in una giornata di nuvole passeggere. Cambiare la messa a fuoco modifica anche leggermente l’inquadratura, e il software allinea gli scatti di conseguenza. Le zone nitide di scatti vicini devono sovrapporsi; dove un passo è troppo ampio, una fascia morbida attraversa il prodotto finito.
Lo stacking ha i suoi difetti. Un bordo anteriore nitido su uno sfondo sfocato può lasciare un alone lungo il contorno. Vetro, pietre preziose, catenine che si incrociano e fibre sciolte che si sono mosse tra gli scatti confondono la fusione e risultano impastati o sdoppiati. L’immagine unita si controlla a grandezza reale lungo ogni bordo, perché una maglia di catena sdoppiata mostra un prodotto che non esiste. Lo sfondo uniforme va comunque pulito o scontornato in seguito.
