Il TIFF è spesso il file che consegna un fotoritoccatore o uno studio di stampa: senza perdita, con spazio per più gradazioni tonali del JPEG e in grado di conservare livelli, selezioni salvate e un tracciato di ritaglio. Alcuni marketplace lo elencano ancora tra i formati di caricamento, un’abitudine ereditata dai cataloghi stampati, altri lo escludono, e i canali che lo accettano lo convertono comunque per la visualizzazione.
Caricare direttamente un TIFF di studio è il punto in cui le cose vanno storte. Il file può essere in CMYK, registrare sedici bit per canale, contenere livelli che un sistema di caricamento unisce a modo suo o un canale aggiuntivo che si trasforma in uno sfondo estraneo. Prima del caricamento il file viene unito in un solo livello, convertito in RGB a otto bit per canale in sRGB ed esportato come JPEG o PNG.
Il peso è l’altra trappola. Un TIFF può pesare molte volte più del JPEG della stessa foto, e le opzioni di compressione interne al formato sono diverse: quelle senza perdita sono lette quasi ovunque, mentre i file TIFF con compressione JPEG interna si aprono in alcuni programmi e non in altri. Conservare il TIFF come master d’archivio ed esportare una copia nuova per ogni canale evita entrambi i problemi.
